RACCONTO DI ILARIA
3 / II / 2008
I L G A B B I A N O
Ero un gabbiano e volavo nell’alto cielo.
Volteggiavo sulla distesa del mare libera e cangiante, seguivo i fiumi fino alle città. Ricordo l’isola di Gersey verde e selvaggia e i capi Blanc Nez e Gris Nez, là dove la terra s’arresta a precipizio al cospetto del mare. Volavo ed ero felice della mia libertà, della mia linea slanciata, delle mie splendide piume.
Ero un gabbiano, ero libero.
Risalivo il Tamigi e volavo attorno al Big Bang, volavo su Bruges e sui suoi canali, aleggiavo nell’aria d’Olanda impregnata del profumo dei fiori.
Volavo, era libero da tutto e da tutti e pescavo il mio cibo sull’onda del mio desiderio.
Tuttavia un giorno qualcosa mi colpì in pieno volo.
Precipitavo, precipitavo così velocemente, l’aria non mi reggeva più, tutto ruotava così in fretta attorno a me.
Tuttavia non morii.
Sarebbe stato meglio.
Ora mi trovo in una gabbia e qualcuno mi cura. Qualcuno si occupa di me.
Povero uccello ferito.
Non posso più volare, le mie ali mutilate non mi permettono più di danzare nel vento.
Inchiodato al suolo. Disperato.
Le mie piume non brillano più, sono cascanti, io sono diventato pesante, così pesante.
Qualcuno mi porta del cibo la mattina e la sera, ma io detesto questo pesce morto che cade da un secchio di plastica rossa. Dovrei essere riconoscente alla mano che me lo offre, invece vorrei pizzicarla col becco.
Ero un gabbiano. Ero libero, mi pescavo del pesce fresco.
Accanto a me uccelli da cortile. Galline. Mi parlano, le galline.
- Ascolta - mi dicono - non è necessario volare nel cielo per essere felici. Guarda noi, qualcuno ci porta del pane, facciamo le uova, abbiamo dei bei pulcini, Siamo felici.
Ero un gabbiano, non avevo confini.
Guardo le galline. C’è qualche uccello ferito tra loro. Piccioni, gabbianelli.
- Anche noi eravamo liberi - mi dicono - ma ora non voleremo mai più. Tanto vale accontentarsi di quello che si ha. La vita è un dono, non gettarla via.
Io non voglio finire i miei giorni in un cortile. Non mi interessa. Mi rannicchio al fondo della gabbia, povero, povero uccello malato, nascondo la testa sotto un’ala spiumata e sogno. Avverto l’aria del mare, così fresca al mattino, sento le correnti d’aria che mi sostengono e volo ancora. Perso nei ricordi: tutto ciò che mi rimane.
Le galline mi guardano.
Povero uccello ferito.
Comunque so che presto volerò ancora. Fuggirò di qui e volteggerò nell’aria rosa del mattino, appena l’alba sorge e ogni cosa profuma di nuovo, i fiori si aprono, gli uomini si svegliano e io volo.
Povero uccello sognatore.
So che mi lascerò di nuovo galleggiare sul vento. Mi tufferò a pescare il mio pesce , risalirò i fiumi. Sarò ancora un gabbiano.
Non so se sarà questo corpo a portarmi lassù, o se sarà il mio spirito a librarsi, quando questo corpo sparirà. Questo corpo che mi causa tanto dolore. Mi sento così male.
- Smettila di sbatterti contro la gabbia -mi dicono le galline - tanto non volerai mai più, come noi.
Ma io ero un gabbiano. Il volo era la mia via. Non posso, non posso trascinarmi per terra.
- Non essere orgoglioso - mi dicono le galline - rassegnati e sii felice.
Le mia zampe non sono fatte per camminare, le mie ali sono così grandi.
Volerò ancora, vedo già le goccioline di spuma sfuggire alle onde e librarsi nell’aria, sento il respiro del mare, nei miei polmoni c’è l’aria del largo.
Il vento mi porta e io mi lascio portare - deliziosa sensazione che conosco così bene - in alto, in alto verso le nuvole. Sento il vento sotto di me e volo, volo…
Povero uccello immobile, la testa sotto l’ala.
Si alza il vento.
Forse ci sarà burrasca.
Queste pagine sono state scritte da Ilaria un mese esatto prima che ci lasciasse, quando per non farci star male non parlava delle sue sofferenze e della sua consapevolezza di quanto si fosse aggravata la malattia, e faceva progetti per il futuro.
